malattia del gatto

Malattia del gatto. Quando la speranza è l’ultima a morire.

Malattia del gatto. No, non parliamo di tutte le malattie possibili, perché per ogni male il vostro veterinario di fiducia saprà indicarvi la cura migliore o il percorso meno doloroso. Parliamo del dolore nel veder soffrire il nostro gatto. Delle cure, delle scelte strazianti che ogni proprietario è tenuto a prendere quando le nostre creature, i custodi e veri padroni di casa ci stanno per lasciare. Quei momenti terribili che ci fanno pensare: no, mai più.

La malattia del gatto, quando il male è silente

I gatti sono silenziosi, pur essendo degli abili comunicatori. Quando stanno male però ce ne accorgiamo troppo tardi, il più delle volte. Li vediamo mogi, come tristi e infine restii a mangiare. Perché la malattia del gatto è silente, come lui. Si insinua nascondendosi nei suoi piccoli organi mentre lui si rintana cercando la solitudine. Quando i controlli dal veterinario sono poi poco frequenti ci ritroviamo attoniti, pietrificati di fronte a quelle che, con un eufemismo, il medico chiama analisi “non belle”.

Cosa fare

No, non si sa mai cosa fare e come fare quando la prognosi è infausta. Te lo chiedi in continuazione, cerchi su internet, sui libri, qualsiasi cura possibile, una cura alternativa, qualsiasi cosa. Perché non puoi rinunciare al tuo gatto. Non puoi pensare di svegliarti senza di lui, di non sentire i suoi baffi sul viso prima della sveglia, la sua guancia poggiarsi sulla tua. Nessuno all’infuori di te può sapere cosa sia la vita con il tuo gatto. Le coccole sul divano, la pasta prima di dormire, lo sgambetto dietro la porta, il suo miagolio, quello strano, quando vede gli uccellini. Nessuno come lui ti viene incontro quando apri la porta. Nessuno come lui può impelarti i vestiti nell’armadio perché lui, e solo lui, è il tuo sogno nel cassetto.

Non puoi lasciarmi

Non puoi lasciarmi, gli dici, devi guarire, a casa ti aspetta il pesce che ti piace, la scatoletta con le alici. Lo lasci in clinica. Lasci il cellulare acceso, tanto qualsiasi chiamata non ti sveglierà perché non dormirai. Perché non hai mai dormito senza di lui se non prima di lui. Conti i giorni. No, non passano, non vuoi che passino. O perlomeno, ti aggrappi a quel poco di tempo che sembra essere rimasto, quel tempo prezioso. Scandisci i minuti, le ore. Quante ne hai sprecate senza accarezzarlo, senza osservarlo, ammirarlo? È bellissimo, si, il tuo gatto è bellissimo. E ti chiedi come poter vivere senza tanta bellezza.

Torno domani

La clinica ha i suoi orari di ricevimento. Aspetti le quattro da quando hai sentito l’odore del caffè. Alle quattro meno dieci sei già lì, sperando che ti lascino entrare prima, sperando di ricevere notizie di miglioramenti. Che tu creda o no ti ritrovi a sperare, perché la malattia del gatto, del tuo gatto, è l’unica cosa che esiste in quel momento. L’unica cosa che importa è curarlo e farlo soffrire il meno possibile. Eccola lì la tua creatura, appoggiata sul suo peluche che lo aiuta nel sostenere il collare. E ti chiedi cosa sente, cosa vorrebbe. Rimarresti con lui nella gabbia dei ricoveri tutta la notte ma non puoi. Ti chiedono di uscire. Allora gli dai un bacio e gli dici: “torno domani”, sperando che il vostro domani sia ancora lì. Tra le carezze e le flebo.

Ti prego, non soffrire

Ogni giorno è buono per migliorare. Ma hai chiamato la clinica alle sette del mattino e non c’è stato alcun miglioramento. No, la malattia del gatto è ancora lì. Non sai bene dove ma è lì. Anche il tuo gatto è ancora lì. E appena puoi torni a baciarlo. E non smetteresti mai. “Ma lui soffre?” È la frase che ti chiedi in continuazione e che chiedi ai veterinari. Quando arriva la sofferenza la speranza muore. “Ti voglio qui con me ma non se soffri. Non voglio che tu soffra”, gli bisbigli di continuo. Vorresti che ti dicesse cosa fare ma sei solo tu a decidere. Ed è terribile ma è reale. E la tua responsabilità, che il giorno prima era stata quella di farlo vivere bene, diventa non farlo soffrire.

Decidere e lasciare

Lo porti a casa per dargli un po’ di pace, perché qualsiasi posto non ti sembra quello giusto per morire. Lo porti a casa per darvi ancora un’ultima sera insieme ma lui è già altrove e per quanto doloroso sia, sai cosa fare: quello che faresti per te.

E lo lasci andare. Perché non farlo soffrire è una tua responsabilità. Lo addormenti, sussurrandogli all’orecchio che andrà tutto bene, che farete finta di passare insieme anche la primavera che verrà.

Lui non c’è più. Hai sempre saputo di averlo amato tanto. Glielo hai ripetuto ogni sera, ogni giorno, anche quando saltava per aprire la porta o saliva sulla credenza per buttare giù i croccantini. Ma senti un vuoto incredibile perché non avevi realizzato quanto anche lui ti avesse amata.